“Questo sito è dedicato a Marthe Blouin” (Ottawa, 1954 – 2020).

15 Giugno 22 | Interviste

Fra tre giorni muoio per suicidio assistito

“Tra tre giorni muoio di suicidio assistito”: è questa la decisione che ha preso Martine Meder, una donna svizzera che ha deciso di porre fine alla sua vita prima che la sua malattia le distruggesse il corpo e la mente. La signora Martine è stata colpita da un tumore ai polmoni nel 2020 il quale è peggiorato continuamente fino a sviluppare numerose metastasi in tutto il corpo. I tentativi di cure e operazioni non hanno dato i risultati sperati, fino alla dichiarazione dei medici che non c’era più nulla da fare. Nonostante la fortissima tristezza di un momento così duro, lei non è sola, ma è accompagnata da suo marito e le sue due figli, che hanno deciso di starle accanto fino alla fine.

Trascrizione

Siamo martedì 10 maggio e tra tre giorni, venerdì 13 maggio, alle ore 13, sarà accompagnata al suicidio dall’associazione Exit. La prima domanda che desidererei farle è: perché ha accettato di essere intervistata oggi?

R: Considero che quello che fate sia molto lodevole e io sono veramente in pace con quello che faccio quindi ne posso parlare, senza che sia doloroso. Le emozioni, ci sono, ma posso esprimerle, esprimere le cose che sento. Le dico, in due anni sono cambiate molte cose nella mia testa, penso che due anni fa non avrei potuto dire quello che le dico oggi. Sono molto fortunata, perché parto serena, non contenta ma serena, in ogni caso, è proprio così.

Non sono molti i pazienti che conoscono esattamente il giorno e l’ora in cui partiranno, come ci si prepara per questo momento?

Allora, ci si prepara… non si è mai pronti, credo che sia sempre un po’ difficile… credo che sia un percorso che si fa una volta che si è colpiti da una grave malattia, e ci si domanda su come andrà a finire. Nel mio caso, due anni fa mi è stato diagnosticato un tumore, un cancro ai polmoni, non dovuto al fumo, dopo di che tutto è stato molto veloce, non ho avuto solo i polmoni ma subito ho avuto un altro tumore al cervello, con metastasi al collo, ai reni, insomma, in qualche settimana si è sparso molto velocemente. Nel giro di qualche giorno pensavo che me ne sarei andata, perché i prognostici erano davvero pessimi. Il tumore è stato operato, e dopo sono stata qualche settimana in ospedale, questo è stato in giugno 2020, e in luglio sono rientrata a casa, quando la situazione si è stabilizzata dal punto di vista della salute. Mi hanno detto che avrei avuto un po’ di tempo adesso, grazie alle medicine per questo cancro, quindi, credo il 24 luglio 2020, mi sono iscritta a Exit, dicendomi, ecco, devo pensare al seguito ora perché non si sa mai, nel giro di pochi giorni potrei passare dall’altra parte della vita.

In Italia non conosciamo questa realtà, quindi, ci può spiegare come funziona? Qual è la procedura da seguire?

R: Ci è stato richiesto un certificato medico che dichiarava che non c’era più nessuna cura possibile, cioè gli oncologi hanno detto che dopo uno, due, tre tentativi di cura non abbiamo più nessun’altra soluzione, che la persona possiede in pieno le sue capacità di discernimento, e che non è… folle. In seguito a questa, c’è stata un’altra procedura, un primo colloquio con un accompagnatore di Exit che vede e valuta se la persona è in possesso delle sue capacità mentali, poi c’è un medico-consigliere di Exit che guarda i documenti e valuta se oggettivamente va tutto bene, e tutta questa procedura indica se ci sono le prerogative giuste per poter andare avanti. Non è che uno può sbarcare dall’Italia e che dice: Salve, domani voglio che mi sia iniettato il pentobarbital, così, non funzionerebbe! Il che è rassicurante, ne va della vita di una persona, e quindi si prendono tutte le precauzioni perché la persona, siano rispettate le sue scelte, ma non si può andare più in fretta del previsto, o cose del genere. Penso che in effetti, avere un po’ di tempo tra una procedura e un’altra, permette di accettarla e convalidarla. Ci sono in effetti delle persone che iniziano la procedura e che poi si fermano prima dell’ultimo passo, cosa che va comunque molto bene, e che lo è per noi, in ogni caso.

E quanto tempo ha preso, più o meno?

R: Dalla prima telefonata per la visita per ricevere le carte, poi abbiamo dovuto aspettare che il medico faccia l’attestazione, un mese, è passato un mese, più o meno.

E tra tutte queste procedure, qualcuno è venuto a trovarla, a parlarle?

R: Sì, Dominique di Exit è venuta a parlare con me per sapere come vedevo le cose. Beh, le cure palliative sono… ci hanno detto che non dovevamo farlo, che secondo loro c’erano delle alternative al suicidio assistito, in nessun modo hanno detto che non dovevamo farlo, ma ci hanno detto che c’era un’alternativa, cosa che è stata corretta da parte loro. Ecco, non abbiamo il paraocchi e siamo al corrente delle varie possibilità che si presentano a noi.

Qual era il suo rapporto con la morte, quali sono state le sue esperienze con la morte?

Per esempio, mio padre si è suicidato, sette anni fa. Si è suicidato perché non voleva diventare vecchio e malato, e assumere tutto questo, ed è morto in buonissima salute, la sua fine gli faceva paura. Io ho certo accettato che mio padre si suicidasse, cioè, è stato doloroso ma ho capito, ma comunque si è sparato addosso con un fucile, che non è cosa da poco. Mia madre se ne è andata, ha avuto un ictus, e poi è rimasta ancora nove anni, ha combattuto per rimanere con noi, cosa che è completamente un altro versante. 

La differenza tra suicidio assistito e eutanasia è che nel suicidio assistito è la persona stessa che deve commettere l’ultimo atto, allora ci sono dei pazienti che si chiedono perché non possono fare questo atto da soli, perché c’è bisogno di un accompagnamento?

Perché penso che sia fatto in modo sereno, e c’è anche un interlocutore, col quale si può parlare di questo, e poi io non farei mai di saltare dalla finestra e dire voglio suicidarmi, non lo farei mai. Penso davvero che sia una cosa da discutere, e poi in Svizzera abbiamo questa possibilità. Non vorrei proprio, oggi, vivere in un altro paese, forse in Belgio, ma non so, e dirmi che oggi non potrei decidere, che potrebbe essere tutto brutto, cioè potrei non stare bene fisicamente, che la gente mi vedrebbe soffrire, e che io vedrei la gente soffrire, e non avere questa possibilità, di poter decidere della mia partenza, è davvero importante, sì. E poi mi sembra che la differenza tra il suicidio assistito e il suicidio classico, da solo, è che il suicidio ordinario da solo in generale si fa da soli, giustamente. Invece il suicidio assistito se ne può parlare, si può essere accompagnati, ci si può tenere la mano fino all’ultimo secondo, testimoniare del proprio amore fino alla fine, ed è un’altra cosa! Da sempre noi siamo molto uniti, in tutto quello che viviamo e per noi è importante essere insieme fino alla fine.

Vorrei chiedere, se possibile, a suo marito e a sua figlia, in quale momento avete parlato tutti insieme del suicidio assistito e in che modo ne avete parlato?

Ne abbiamo già parlato insieme nel momento in cui bisognava iscriversi a Exit, quindi abbiamo deciso di questa iscrizione, e poi le cure contro il cancro hanno stabilizzato la situazione, abbiamo sempre saputo che non avremmo potuto guarire da questo cancro, ma la situazione era abbastanza stabilizzata per poter vivere ancora dei bei momenti insieme, fare delle passeggiate, ascoltare gli uccelli, e cose così, e poi, circa tre settimane fa, c’è stato di nuovo un ricovero, e la TAC ha indicato che c’erano delle metastasi un po’ dappertutto, e gli oncologi hanno detto che non c’era più niente da fare, a parte le cure palliative. Quindi, arrivati a questo stadio, Martine ha deciso di non soffrire, di non decadere completamente, di andarsene senza soffrire e degnamente, in un certo modo. Quindi ne abbiamo parlato e siamo arrivati a questa idea.

Vorrei chiedere a sua figlia, come ha vissuto questa decisione?

R: La capiamo, questa decisione, e cerchiamo di accompagnarla al meglio, sempre con molto amore, e certo non vogliamo vedere soffrire le persone che amiamo.

Ora, mentre vi parlo, sento una grande serenità. È forse anche il fatto che la società svizzera non vi giudica per questa scelta?

R: No, non credo che siamo giudicati, anche se è un tabù ancora, con le cure palliative è un po’ un tabù, è complicato parlarne a Ginevra: loro curano, e Exit poi fa la sua parte, ma non c’è ancora… si sentono ancora delle reticenze. Quando sono rimasta quindici giorni all’ospedale è stato difficile parlare con le cure palliative, sì, è stato molto complicato a Ginevra, non vogliono sentir troppo parlare di Exit, è ancora… ecco… 

Allora anche in Svizzera c’è ancora del giudizio rispetto a questo?

R: Sì, a parte quando si discute personalmente con alcune persone simpatiche, ma altre, sì, si sente ancora che è qualcosa di pesante per loro. Ci sono posizioni etiche, filosofiche, deontologiche che possono variare da un assistente a un altro, come anche da una persona a un’altra. Tra i medici ci sono di quelli completamente aperti, e altri che lo sono molto meno. Quello che spesso è difficile da capire è che si parla poco, giustamente, di questi fondamenti, etici e filosofici, si arriva subito a parlare senza che ci siano queste basi, quindi non ci si capisce perché non ci sono questi fondamenti. Abbiamo quindi avuto delle difficoltà a capire la logica, abbiamo dovuto rifiutare di poter beneficiare di cure palliative in un ospedale specializzato in cure palliative perché loro non volevano che Exit intervenisse nel loro ospedale. Ma questo non lo avevamo capito subito.

Morire a casa, per me, è un’opzione che abbiamo dimenticato, non si muore più a casa, questo non si fa più, si muore all’ospedale. È così particolare, questo mi ha fatto comunque dubitare, qualche settimana fa… che l’atto si faccia a casa, mi ha fatto, ecco…

Abbiamo parlato del giudizio dei medici, ma come hanno reagito i suoi amici a questa decisione?

Non abbiamo troppo parlato agli amici di questo, è rimasto tra i parenti stretti. Non abbiamo voluto… io non ho parlato tanto del fatto di compiere l’atto a casa, ecc., una volta che sarà fatto non ci saranno problemi, ma prima, cominciare a discutere con gli amici di questo, è un po’ complicato, con la cerchia un po’ più ampia che la famiglia, è più complicato.

Posso chiederle se è religiosa?

No, assolutamente no. Credo nella natura, nell’amore, in tante cose, ma no, non sono cristiana. 

Anche se non è cristiana, non si è mai domandata se c’è qualcosa dopo? Cosa viene dopo?

No, non lo so, non ho paura, non vedo niente. Non ho per niente paura, è l’incognito ma non ho paura dell’incognito, assolutamente. 

E lungo tutto questo tempo, non ha mai dubitato della sua decisione?

No, non io. So che la fine, se non c’è Exit, sarà brutta, e non sarà possibile, non sarà la dignità, sarà qualcosa di molto doloroso. No, sono molto contenta di aver fatto questa scelta, davvero. Io, penso di aver sempre pensato che, ecco, che dovevo vivere la mia vita e dovevo godermela, fino a dopo i quarant’anni che non dovevo proprio, ecco, star troppo a pensarci, che dovevo vivere e godermi la vita. Questo, credo di averlo fatto, e mi facilita ora le cose, non mi dico che… non ho fatto qualcosa. Ora sono appena andata in pensione, e delle volte in pensione ci si dice farò questo, e quello. Io no, noi abbiamo fatto molte cose prima, dei viaggi, la natura, mi sono occupata delle mie due figlie, abbiamo fatto molte cose, e per questo non rimpiango proprio niente. Questo, ora mi dà la forza.

Questo è molto bello, ha vissuto una bella vita, e ora parte senza alcun rimpianto, ed ora, alla fine, quali sono le cose più importanti, quelle per cui lei si dice: ne è valsa la pena di vivere per questo?

Allora, con mio marito abbiamo avuto 48 anni di felicità, due belle figlie, due nipoti, anche, che hanno 2 e 7 anni, è la famiglia, la natura, i viaggi, la gioia di vivere, con anche dei momenti, ovviamente, non è sempre tutto rosa e fiori, ma questo è importante. Le persone, le persone sono importanti. 

Vorrei chiedere a suo marito e a sua figlia, voi, come vi state preparando a questo momento?

È una situazione molto particolare, è molto difficile, è che allo stesso tempo viviamo giorno per giorno, abbiamo ancora dei piccoli piaceri semplici, quotidiani, abbiamo ordinato una pizza calzone ieri sera, che abbiamo mangiato ed eravamo contenti, ci sono tutti questi momenti e sappiamo che tra tre giorni Martine non ci sarà più, quindi è molto strano vivere al meglio la quotidianità, accompagnarla, vivere insieme questi piccoli istanti di felicità e sapere che tra tre giorni non ci sarà più. È astratto. È astratta, tutta la lista.

Sì, è quello che vedo… sembra astratto…

Prendiamo tutto quello che possiamo, tutte le piccole cose, le prendiamo. Perché questi ricordi, nessuno potrà toglierceli. No, certo.

So che è molto personale, molto intimo, ma potrei chiederle come si svolgerà, chi sarà con lei, chi l’accompagnerà?

R: Ci sarà Dominique, l’assistente di Exit, le mie figlie e mio marito. Sennò, ci sono anche i generi che sono implicati, ma non ci saranno. Non ci sarà troppa gente, è un momento che abbiamo voglia di non… non…

Che cosa vorrebbe dire a tutte le persone che si trovano in Italia nella sua stessa situazione, che vorrebbero avere questo diritto ma che non ce l’hanno?

Che, grazie all’intervento di persone come lei, che si battono per fare conoscere tutto questo, è già un grande merito parlarne! Perché, è vero, è un soggetto poco importante nel mondo in questo momento, ma è importante che se ne parli. Ho incrociato un medico tedesco, all’ospedale, che mi ha detto che in Germania non se ne parla proprio di Exit, non si sa che cosa sia. Questo è un peccato, c’è ancora molta strada da fare.

A suo marito vorrei chiedere, che cosa vorrebbe dire alle famiglie di persone malate come sua moglie, che vorrebbero ricevere questo accompagnamento ma non lo possono avere?

È difficile, perché noi, in Svizzera, abbiamo quest’alternativa, questa possibilità di poter scegliere il più serenamente possibile, tenuto conto del contesto, come partire con dignità, avendone discusso prima in famiglia, sarebbe stato molto difficile vedere Martine soffrire sempre di più, perdere la sua autonomia, diventare, non so, allettata, con i pannolini: questa non sarebbe dignità. Quindi abbiamo la fortuna di poter scegliere la migliore via d’uscita possibile, ed è meglio così. 

Per concludere, che cosa vorrebbe dire a tutte le persone che vogliono negare questo diritto?

Beh, che si trovino in questa situazione per vedere cosa vuol dire, è un cammino, le persone che non lo hanno vissuto, non possono rendersene conto, quando uno non è stato malato non può rendersi conto di cosa può succedere. È quando ci si ritrova nella situazione che si capiscono le cose. Poi, rispetto comunque per coloro che vogliono fare le cose in modo diverso, è anche quella una scelta. È una questione… io non conosco nessuno che sia partito con Exit, intorno a me, non conosco nessuno, ma questo non cambia niente, io so che sono dalla parte della ragione, per me. 

È una scelta, se si può ancora scegliere di partire degnamente, è una fortuna. 

Io penso che se la Svizzera è più avanti a questo proposito, cosa che non è per altri soggetti, è perché siamo in un paese estremamente liberale, cioè, la scelta della persona, della sua esistenza, di come la conduce e fino a dove va, è una cosa radicata in Svizzera, e per me sarebbe difficile che qualcuno dall’esterno mi dica come devo vivere, fino a quando, cosa e come. È una cosa che riguarda solo me, e, ecco, non capirei che ci si arroghi il diritto di impormi di vivere, non lo capirei. 

Martine non è suicida, cioè, è andata fin dove la medicina poteva arrivare, e io capisco completamente la sua decisione di voler partire a testa alta.

Lei sarà accompagnata da molto amore, l’ho sentito fin dall’inizio dell’intervista, sarà accompagnata da molto amore.

Sì, sì, è vero, che cosa potrei chiedere di più?

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