“Questo sito è dedicato a Marthe Blouin” (Ottawa, 1954 – 2020).

28 Gennaio 22 | Editoriali

La solitudine delle vittime senza lividi

La violenza psicologica è sempre e comunque violenza, ma è molto più difficile da individuare e condannare. Le vittime che denunciano non vengono credute e sono spesso abbandonate da parenti e amici, isolandole proprio nel momento in cui più avrebbero bisogno di loro. L’unico modo di aiutarle è riconoscere questi abusi e per farlo è necessario cambiare tutti insieme.

Trascrizione

Le vittime senza lividi. Voi mi domanderete: ma esistono davvero? Esistono, sono tantissime e sono molto sole. Ve ne voglio parlare.

Tempo fa pubblicai un editoriale che ho chiamato: “Cosa succede se l’uomo violento una brava persona?” perché noi ci immaginiamo, quando pensiamo alla violenza sulle donne, questi uomini brutti cattivi, aggressivi. Invece, purtroppo, la maggior parte delle volte sono persone che in società sono apprezzate e stimate, dei grandi amici, dei grandi professionisti. Dietro le mura domestiche, invece, si trasformano.

Quando pubblicai quel video, tante mi hanno scritto e tante mi hanno scritto in privato, raccontandomi le loro storie, quelle di violenza psicologica. E’ un tipo di violenza che esiste, se ne parla tanto, però, diciamoci la verità: nella realtà non ci crede nessuno e queste donne rimangono veramente abbandonate e isolate.

Vi voglio spiegare un po’ quali sono i meccanismi, anche per farvi capire come è facile rimanere sole, come difficile dimostrare la violenza che viene fatta a queste donne.

Mi ha raccontato, una di queste ragazze, la prima volta che ha subito questa violenza, la prima volta che ne ha sofferto. Erano al ristorante, il suo ristorante preferito. Era felicissima col suo piatto di lasagne e mangiava con goduria. Ad un certo punto lui, con la faccia schifata, le dice: “Ma veramente deve finire tutto questo? Ma quanto mangi?”

Ecco, basta una frase del genere. Secondo voi, da quel giorno, questa donna che rapporto avrà col cibo? Che rapporto avrà col proprio corpo? E che rapporto avrà con il proprio compagno, ogni volta che dovranno mangiare insieme? Da quel giorno lì non servirà ripetere tutti i giorni questa frase. Basterà uno sguardo, basterà andare a prendere dal suo piatto qualcosa e lei saprà il significato.

La parte più subdola di questo tipo di violenze è che dopo aver detto una cosa del genere, dopo aver visto lei magari piangere, perché tutto d’un tratto ha capito di essere inadeguata fisicamente, arriva: “Ma no! Io ti dico sempre che tu sia la più bella del mondo!”

Questa è la violenza psicologica. E’ ferire, rompere qualcosa per sempre, appunto, la propria autostima, e nello stesso tempo dare queste carezze ipocrite per lavarsene le mani e considerarsi una bravissima persona.

Questo è un esempio piccolo, perché la violenza psicologica è anche molto più grande. Ci sono minacce e tanti tipi di insulti, in pubblico o in privato.

Però vi ho voluto dare questo esempio per spiegare come anche delle cose minuscole, impossibili da vedere dall’esterno, possono far vivere a una donna anni e anni e anni di complessi, di tristezza e di vergogna.

Voglio anche parlare dei complici della violenza.

Cosa succede a queste donne, per la ragione che ho spiegato non ci sono lividi ed è impossibile dimostrare quello che succede in casa? Rimangono sole.

Ricordiamoci che un uomo che vuole distruggere la propria compagna, e lo fa per anni senza alzare un dito, è un uomo con un autocontrollo impressionante. E’ un uomo intelligente, manipolatore e spesso, negli anni, riesce ad isolarla. Per cui il giorno in cui questa donna trova il coraggio di andarsene, secondo voi le persone da quale parte rimangono? Con il professionista importante, che probabilmente potrebbe essere utile? O da quella della casalinga disperata, distrutta?

Di solito rimangono con lui. Ecco, loro, che vanno in giro credendo di essere brave persone, dovrebbero tornare a casa, guardarsi allo specchio e diventare consapevoli di quello che sono veramente. Sono complici della violenza. Perché per anni, lui ha svalutato lei, facendola sentire senza importanza. Mettendosi dalla sua parte, non fanno che confermare: tu non vali niente. Sappiamo quello che ti ha fatto, ma lui vale comunque più di te.

Un’altra di queste donne mi ha detto che quando finalmente ne è uscita, per la prima volta ha raccontato a sua madre quello che vissuto. Perché come le vittime di violenza fisica, anche loro si vergognano e spesso soltanto uscendo che si rendono conto della gravità di quello che hanno subito.

Sua madre, dopo aver saputo, spesso la chiamava: “Guarda, se n’è parlato in televisione! Raccontano esattamente quello che tu hai vissuto! La violenza psicologica esiste, lo dicono tutti!”. Questo, in un certo modo, consolava la madre. Vedere il dolore della figlia riconosciuto, l’aiutava. E glielo lasciava credere. Un giorno, però, in un momento di forte sconforto, glielo ha detto: “Mamma, tutti ne parlano, sì. Ma non illuderti. Nella realtà non ci crede nessuno”.

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