“Questo sito è dedicato a Marthe Blouin” (Ottawa, 1954 – 2020).

15 Aprile 22 | Interviste

Frutti dei nostri investimenti

Intervista all’avvocato Hillary Sedu che ci parla della nuova proposta di legge denominata “Ius Schole”, che permetterebbe ai ragazzi figli di genitori stranieri, di ottenere la cittadinanza dopo il completamento di un ciclo di studi nel nostro paese. Una legge che permetterebbe non solo di integrare gli stranieri che vivono in Italia, ma di valorizzare veramente gli investimenti in istruzione che si compiono tutti i giorni su questi ragazzi. Tratteremo anche il tema dell’aumento del razzismo nella società italiana e di come aumentare il grado di integrazione dei migranti nel nostro paese.

Trascrizione

Parliamo dello Ius Scholae. Ci può spiegare, tecnicamente anche, che cos’è e che cosa dice?

Sedu -> Il riconoscimento della cittadinanza italiana conferita, anzi, riconosciuta ai figli dei cittadini stranieri che sono nati italiani, oppure che sono giunti in Italia prima del dodicesimo anno di età. Però è basato su una specifica caratteristica, quella della formazione scolastica, cioè dell’istruzione. Quindi parliamo di minori che sono qui presenti in Italia o perché ci sono nati, o perché ci sono giunti successivamente alla nascita e che possono esibire dei titoli di studio, quindi i titoli scolastici. In sostanza, abbiamo capito e maturato l’idea che sia lo Ius Soli, quindi il conferimento della cittadinanza per diritto di nascita in un determinato suolo, e sia lo Ius Sanguinis, che attualmente vige in Italia, sono concetti superati. Lo Ius Sanguinis è un concetto superato perché è in produttivo di effetti e non garantisce la cosiddetta italianità, magari abbiamo queste persone oriunde, appartenuti a generazioni italiane che sono immigrate nell’America Latina e poi ottengono la cittadinanza italiana solo perché gli avi remoti sono stati cittadini italiani. Magari non sanno una sola parola di italiana e quindi, per una determinata cultura, non sono così vicini all’italiano. Invece, per quanto riguarda lo Ius Soli, puro e crudo così come lo abbiamo conosciuto negli Stati Uniti, anche qui ritengo sia superato perché diventare cittadini automaticamente alla nascita in Italia significa che tutte le persone che si trasferiscono all’estero prima di iniziare la scuola non hanno anch’essi le caratteristiche che noi vorremmo avere nell’italiano, quindi: la padronanza dell’italiano, un sentimento – non voglio dire di patriottico perché poi sembra qualcosa di destra – concreto che ci accomuna e ci lega alla repubblica. È un riconoscimento e non una concezione, che è cosa ben altra.

Però questo sembra un po’ quello che dice la destra, cioè che per essere italiani bisogna conoscere le canzoni italiane, le sagre eccetera. Quindi per lei in parte è giusto quello che dicono?

Assolutamente no. Penso di essere stato frainteso. Nel senso che la destra ritiene che il riconoscere le sagre e il riconoscere tutti santi eccetera, sia la condizione di procedibilità ai fini della concessione della cittadinanza, perché loro sono legati ancora al fatto che in capo a questi ragazzi bisogna parlare di concessione della cittadinanza italiana e non di riconoscimento di un mero diritto; invece, noi stiamo dicendo un’altra cosa: per essere riconosciuti cittadini italiani, basta produrre un ciclo scolastico. Semplice. È l’unico requisito e non per la concessione come la destra vorrebbe.

Ha parlato di status quo ma non credo che tutti sappiano qual è la situazione in Italia. Un ragazzo che nasce e cresce qua cosa deve fare per diventare italiano?

Allora, per coloro che sono nati in Italia devono provare al diciottesimo anno di età di aver soggiornato ininterrottamente e legalmente in Italia. Il concetto del soggiorno legale non si può imputare al minore che poi diventa maggiorenne al diciottesimo anno perché durante questi dieci anni la sua volontà era assoggettata a quella dei suoi genitori, cioè di chi ne esercita la responsabilità genitoriale. Quindi, se i miei genitori hanno perduto il lavoro e sono caduti in clandestinità, è cosa che non si può imputare a me che poi compio diciotto anni. Molti si domandano: “E che cosa cambia se uno la cittadinanza ce l’ha o non ce l’ha?”, cambia tantissimo perché pur essendoti formato nelle scuole italiane, tu hai una barriera al diciottesimo anno di età – o al diciannovesimo o quando termini l’università – poiché non puoi presentarti a quei concorsi che tutti gli altri cittadini farebbero. Ora, subentra un fattore discriminante, mi guardo allo specchio e dico “Perché io non posso concorrere, anche se sono nato e cresciuto qui, così come il mio compagno di banco?

E adesso parliamo dal punto di vista economico. Questo tipo di legge che effetto potrebbe avere nel nostro paese?

Assolutamente nessun effetto negativo se lo Stato obbliga tutti i bambini, a prescindere che si è figli di italiani o figli di stranieri, ad andare a scuola. Quindi, qualora un genitore straniero non dovesse mandare suo figlio a scuola, ci sarebbe un procedimento davanti al tribunale dei minorenni per decadenza dalla responsabilità genitoriale. Quindi, lo Stato obbliga queste persone ad andare a scuola e a formarsi, ma soprattutto tralascia un dato, ossia che all’interno della scuola italiana ci si forma da cittadini italiani; perciò, perché negare poi il godimento dello status di cittadino quando queste persone maturano al diciottesimo anno di età? Magari sono elementi importanti per la mia comunità, creo disaffezione verso la mia repubblica e faccio sì che tali persone debbano poi emigrare in altri Stati. Quindi, sono perdite di risorse e perdite di capacità intellettuali per il nostro paese. Pertanto, l’Italia, riconoscendo la cittadinanza italiana a questi ragazzi, non fa altro che andare a raccogliere i frutti del proprio investimento. Ecco perché la riforma di questa norma può che giovare in positivo. 

Abbiamo visto che non costa nulla e permette di andare a raccogliere i frutti dei nostri investimenti, ma allora perché è così osteggiata?

Parliamoci chiaro. I ragazzi che devono beneficiare di questa legge sono ragazzi che hanno spesso un’altra carnagione dall’italiano classico; quindi, sono ragazzi neri come me oppure possono essere ragazzi dell’est, e quindi fa sempre paura. L’errore che noi spesso facciamo nell’argomentale tale riforma della cittadinanza, è quella di accostare il diritto dell’immigrazione al fenomeno della cittadinanza italiana. Noi, infatti, non stiamo parlando di ragazzi sui quali la legislatura italiana debba investire soldi per la loro formazione da cittadini italiani; quindi, non stiamo parlando di soggetti da integrare nel tessuto sociale italiano, perché questi ragazzi nascono dal nucleo predominante italiano visto che già hanno frequentato le scuole. Poi c’è una cosa che è più mortificante, immaginate un ragazzo che ha diciotto anni ed è nato e cresciuto in Italia, e si trova a pagare un permesso di soggiorno con su scritto “Nato a Napoli”, è un qualcosa di assolutamente folle. Se io dovessi qualificare il razzismo, il razzismo non lo sarebbe da qualificare nel fatto che non mi danno il lavoro perché sono nero o altri tipi di discriminazione, la discriminazione vera è andare a prendere un permesso di soggiorno e sopra ci sta scritto “Nato a Napoli”.

Quando si parla di questi temi si trova sempre qualcuno che dirà “Ah però ci sono altre priorità nel nostro paese”, lei che cosa ne pensa?

Allora, innanzitutto io penso che un diritto, quando è meritevole di essere definito tale, non vada elemosinato ma va preteso. Questo perché nessun diritto ha una scala gerarchica superiore all’altro. Il diritto alla cittadinanza, ad esempio, non può essere paragonato col diritto del disabile, oppure con qualsiasi altro diritto fondamentale dove lo Stato ha l’obbligo di rimuovere qualsiasi disparità e disuguaglianza. Quindi, questo è un tranello nel dibattito pubblico in cui noi non dobbiamo assolutamente cadere, non possono assolutamente essere messi in ordine gerarchico, sono tutti diritti meritevoli della stessa tutela, ma soprattutto della stessa considerazione.

La migliore amica di mia figlia si chiama Cadì ed è di origine senegalese. Io lo dico sinceramente, faccio un po’ fatica a spiegarle per quale ragione Cadì non è italiana come lei. E allora le voglio chiedere: vede una differenza tra i ragazzi e gli adulti?

Allora, parlo per esperienza personale, quando i ragazzi si trovano dentro la scuola parlano nella stessa lingua e si emozionano davanti all’inno di Mameli, difficilmente i ragazzi trovano delle differenze tra essi. L’unica differenza che sorge è quando effettivamente bisogna fare una gita scolastica all’estero e si capisce che il mio passaporto vale meno del tuo, però perché il mio passaporto vale meno del tuo se noi parliamo allo stesso modo, giochiamo e siamo nati entrambi in Italia? Questo è il problema. Poi i problemi maggiori emergono quando magari io sono particolarmente bravo in una disciplina sportiva e non mi fanno giocare per la nazionale italiana quando io sono più meritevole di altri. Le differenze poi emergono, ad esempio, quando al diciottesimo anno di età voglio arruolarmi nell’esercito ma non posso farlo perché sono un cittadino italiano, e magari so fare meglio le trazioni di te. Chi effettivamente vuole strumentalizzare ai fini di conservare lo status quo di questo argomento, tende sempre a banalizzare l’importanza di essere italiani, senza sapere che se tu banalizzi il concetto dell’italianità e il fatto di essere italiani, stai banalizzando te stesso, perché stai dicendo che la tua cultura, la tua tradizione millenaria e lo Stato di diritto che esiste in questo luogo non vale assolutamente a niente.

Io penso che tali ragazzini crescano in modo particolare, nel senso che a casa loro si respira una cultura diversa, però non la possono sentire appieno e non sono neanche mai stati spesso nel loro paese di origine. Insomma, sono qua però l’Italia li dice “Non siete italiani”. Ecco, come si vive questo psicologicamente e che conseguenze avrà per il nostro paese?

Guardi, io temo soltanto una cosa, un fatto che non è mai avvenuto in Italia e speriamo che non avvenga mai, il risentimento che abbiamo potuto registrare nelle Banlieue francesi. Stiamo parlando di ragazzi di terza e quarta generazione, che sono figli di immigrati e che sono perfettamente francesi, ma sono vittime di disattenzioni nei confronti di determinate etnie che popolano una repubblica. Esso poi si tramuta, nel corso degli anni, in un forte risentimento, tant’è che i francesi odiano la Francia. Questo è un sentimento che noi in Italia dobbiamo assolutamente evitare perché altrimenti avremmo i populisti alla porta a dire “Guardate, questo era il motivo per cui non dovevamo riconoscere la cittadinanza italiana”. Abbiamo la capacità di reprimere, tant’è che la posizione repubblicana è nata successivamente alla guerra, dove si è capito quanto male ci ha fatto il fascismo, tant’è che è una delle costituzioni più belle e garantiste d’Europa, se non al mondo addirittura. E quindi, noi abbiamo gli strumenti e le capacità intellettuali per poter arginare, reprimere e neutralizzare questi sentimenti che ci vogliono gli uni contro gli altri. Gli italiani, soprattutto quelli del meridione, sono stati anch’essi migranti. Dunque, il razzismo esiste, abbiamo gli strumenti per combatterlo e lo dobbiamo assolutamente fare, ma va rappresentato anche bene. E non mi piace neanche l’altra versante di chi strumentalizza il razzismo per fini propri oppure per lotta politica, perché la questione del razzismo è un qualcosa da sottrarre anche alla politica, perché altrimenti si creano degli inutili schieramenti che non tutelano il fenomeno negativo del razzismo, bensì lo alimentano.

Parlando con dei migranti che magari sono arrivati venti o trent’anni fa, tutti mi dicono che c’è stato un peggioramento nell’atteggiamento degli italiani nei loro confronti. Perché secondo lei?

Prima delle Primavere arabe non c’era questa “emorragia migratoria”, adesso c’è. E stiamo parlando dal 2010 fino ad oggi quindi un decennio praticamente. Mentre prima la presenza di stranieri era fortemente più concentrata sulle donne dell’est, quindi Polonia, Romania, Ucraina e quant’altro, e lì c’era il fatto che comunque era un’immigrazione di pelle bianca e quindi relativamente tollerabile; invece, questa qui è una immigrazione di pelle nera, e la pelle nera non ho mai capito perché incuta tanto timore. Non ho mai capito perché la pelle nera o è profondamente amata oppure è profondamente osteggiata. Cioè, non c’è una via di mezzo, non c’è quel limite di tollerabilità che dice “Caspita, è un immigrato come qualsiasi altra persona”. Quindi si fa una fatica bestiale a comprendere questo fenomeno, però sta di fatto che ci sta chi la strumentalizza o addirittura, qualcuno ha definito i salvatori di vite umane nel mezzo del mare “Taxi del mare”. Il fatto di non dire esplicitamente “Non li vogliamo” ma stanno utilizzando queste persone per fare business e il business è sempre quello da criminalizzare. Il razzismo è sempre quella goccia cinese che prima o poi ti sfonda il cranio.

In conclusione, le voglio chiedere, che cosa significa il razzismo e c’è il razzismo in Italia?

Allora, che in Italia ci sia il razzismo non voglio dire che è normale ma esiste e non possiamo far finta che non esista. Che sia un quadro assolutamente allarmante, io dico che è allarmante quello che avviene negli Stati Uniti o quello che succede in altri posti del mondo. Però che ci sia del razzismo in Italia mi sento assolutamente di dire di sì.

Si sente spesso questa espressione: “Io non razzista ma”

Eh sì. Io non sono razzista ma i migliori amici sono ebrei, i miei migliori amici sono gay eccetera, queste sono le migliori premesse per poi dire le peggio cose.

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