“Questo sito è dedicato a Marthe Blouin” (Ottawa, 1954 – 2020).

17 Gennaio 22 | Interviste

Suicidio legale, complicità no?

Jean Jaques Bise è il co-presidente di Exit Svizzera francese, un’associazione nata per promuovere il rispetto delle volontà dei pazienti nei confronti dei medici, in particolare per quello che riguarda l’accanimento terapeutico. Oggi si occupano di “accompagnare”, come dicono loro, le persone al suicidio. Parleremo di questo, di come l’eutanasia sia illegale in Svizzera. Affrontiamo l’evoluzione di questi cambiamenti, i sistemi con cui viene eseguito il suicidio assistito e il modo con cui la società vive questa possibilità. Si parlerà anche del ruolo dei famigliari dei pazienti che ricorrono al fine vita e, infine, di tutti coloro che partono per andare in Svizzera per garantirsi la possibilità di scegliere come morire.

Trascrizione

Ci parli un po’ della vostra associazione. Exit, quando è nata, e perché?

Exit è un’associazione che esiste ormai da quasi 40 anni. Si trattava, per queste persone, di fare in modo che siano rispettate le libertà individuali in campo medico. In quell’epoca si trattava di fare in modo che ci si potesse opporre all’accanimento terapeutico. Durante i primi 18 anni Exit ha operato soprattutto per far riconoscere la forza obbligatoria delle disposizioni anticipate di trattamento. Che sono, come ora esiste più o meno in tutti i paesi, le disposizioni che io do per iscritto per fare in modo che, in caso di incoscienza di perdita di giudizio da parte mia, i medici rispettino la mia volontà, per esempio, di non essere rianimato ad ogni costo, e di rispettare la mia volontà. Dal 2013, questo è riconosciuto come un diritto federale, con una forza obbligatoria. Vuol dire che i medici, quando vengono a conoscenza di queste disposizioni, devono rispettarle. Un’altra possibilità che oggi si usa molto è quella di nominare una persona che si chiama, qui in Svizzera, un “rappresentante terapeutico”. Vuol dire una persona che, nel momento in cui non sono più idoneo a dare il mio parere, si occuperà di me. 

Oggi, invece, vi occupate del suicidio assistito. Da quanto tempo è legale in Svizzera?

In Svizzera, e stupisce la gente quando lo diciamo, il suicidio assistito è legale in Svizzera dal 1942. 1942, che è la data di entrata in vigore del Codice penale. Allora le spiego perché siamo arrivati fino a qui. E poi vedrà, è interessante capire questa problematica e perché la Svizzera è attualmente il paese più liberale, e un paese in cui non si può parlare di suicidio “medicalmente assistito”, per la ragione seguente: la prima grande domanda che si è posta era di sapere se il suicidio sarebbe stato depenalizzato. Dico bene, il suicidio. Il suicidio è stato depenalizzato in Francia appena dopo la Rivoluzione Francese, è stato depenalizzato in Gran Bretagna solo dopo il 1961. E che cosa significava? Significava che in Svizzera non si sarebbero più punite le persone che, per esempio, tentavano il suicidio e non riuscivano, non sarebbero state punite per tentativo di suicidio. Allora, quando si accetta questa possibilità, o piuttosto questa legalizzazione, depenalizzazione del suicidio, la domanda che ci si è posta è stata di sapere che cosa possiamo fare di quello che chiamiamo la “complicità del suicidio”. La complicità del suicidio, in logica, non deve essere penalizzata. Non si può penalizzare, non si può punire qualcuno che partecipa a un atto che è considerato legale. 

C’erano dei limiti, delle condizioni, per poter avere questa assistenza, questo accompagnamento?

Abbiamo molto discusso nella commissione che lavorava su questi diritti e siamo arrivati a una soluzione che è quella dell’articolo 115 del nostro Codice penale. Questo articolo 115 dice che: se una persona aiuta un’altra a suicidarsi, per un motivo non egoista, allora la persona non sarà perseguita. Vuol dire che nel 1942, non si parlava assolutamente di problemi medici. Si pensava, per esempio, alle persone che durante la Prima guerra mondiale avevano potuto tradire il loro paese. E, se sono un militare, e che do la mia pistola, la mia arma a qualcuno che aveva tradito il suo paese perché salvi il proprio onore, cioè che metta fine alla sua vita, la persona non sarà perseguita. 

Oggi riguarda la salute. Come ci siete arrivati?

È successo che nel 1999 un gruppo di lavoro a Berna ha cominciato a riflettere perché in politica c’è stata una richiesta, la gente ha chiesto di modificare non l’articolo 115, che parla del suicidio, ma l’articolo 114 che è il divieto in Svizzera dell’eutanasia. L’eutanasia in Svizzera non esiste. È punita dall’articolo 114 che si chiama: “omicidio su richiesta della vittima”. Per questo “omicidio su richiesta della vittima”, un certo numero di persone ha chiesto di aggiungere un secondo comma che permetterebbe in circostanze eccezionali, di non perseguire o, in caso di processo, di assolvere la persona. Quindi, in questo gruppo di lavoro che rifletteva, c’era un medico della Svizzera francese che si chiama Jérôme Saudel. Lui ha lavorato fianco a fianco con degli etici, con dei giuristi, e ha capito che questo articolo 115, sul suicidio, non impedisce a un medico di intervenire per aiutare una persona. Così lui è stato uno dei primi a usare il Pentobarbital, che è un forte barbiturico, per aiutare queste persone a morire. 

Le chiedo di spiegarci, perché non tutti lo sanno. Qual è la differenza tra suicidio assistito ed eutanasia. 

In effetti è piuttosto semplice. È solo un po’ complicato fissare il limite nei fatti. Il suicidio, la persona lo deve commettere da sola, deve compiere l’atto finale. Vuol dire che deve lei stessa bere un veleno, deve aprire da sola una flebo. Mentre nell’eutanasia è qualcun altro che verserà questo bicchiere di veleno nella bocca di qualcuno, o che le farà un’iniezione, è così. 

Come ha spiegato per il suicidio assistito, è la persona stessa che deve fare l’ultimo atto. Quindi è una persona, diciamo, che potrebbe anche suicidarsi da sola. Allora perché dovrebbe avere bisogno di un’assistenza, di un accompagnamento? 

Ottima domanda. È allora la questione di distinguere il mezzo che sarà utilizzato per suicidarsi. Che cosa immagina lei come mezzo per suicidarsi? 

 … diciamo che la prima cosa che mi viene in mente sono i sonniferi. 

Ecco, questo è quello che usiamo noi, ma visto che questi mezzi non possono essere ottenuti senza aver visto un medico, è per questo che è un’associazione che lo fa perché, effettivamente, se una persona non rientra nei criteri non possiamo aiutarla. Perché, evidentemente, non aiutiamo e non aiuteremo mai qualcuno, un ragazzo o una ragazza che hanno una delusione amorosa e che ci dicono di voler essere aiutati, questo non si fa. Ma utilizziamo un mezzo che sia degno per una persona, per farla addormentare tranquillamente. Non è auspicabile che le persone che vogliono mettere fine alla loro vita si gettino sotto un treno o da un ponte, o si tirino una pallottola in testa. Invece, il suicidio assistito, cioè la persona circondata da suoi cari, che lo farà legalmente, addormentandosi tranquillamente, è qualcosa di molto più preferibile. 

Ci sono persone che sono completamente paralizzate, allora, è giusto aiutare, assistere gli uni e non assistere gli altri?

La prima condizione, la condizione essenziale per potersi suicidare e di essere aiutati da noi, è essere in grado di discernere. Se avete una persona in grado di discernere, ci sarà sempre modo di aiutarla fisicamente. Faccio un esempio: se la persona non può bere, le metteremo una flebo e la persona dovrà solo aprire il rubinetto. Qualche volta succede che la persona abbia anche lei problemi a muovere le mani. In questo caso usiamo, e la polizia ammette che va bene, è il gesto finale, le mettiamo una molletta. Lei sa cos’è una molletta? Quando mettiamo a stendere la biancheria, sa, mettiamo una molletta, mettiamo qualcosa. E poi, questa persona dovrà solo farla cadere con la bocca. Oggi esistono dei mezzi, tecnologici, per una persona, per esempio, che con un solo battito degli occhi o una pressione su un apparecchio possono permettere che sia ritenuto un suicidio. Per questo non riesco a immaginare una situazione dove una persona fisicamente non possa essere aiutata. 

Allora, concretamente, questa assistenza, di cosa si tratta? Cosa vuol dire assistere un suicidio?

Un medico farà una ricetta per il Pentobarbital. Quella persona porterà questo… stupefacente, in effetti, utilizzato come una medicina ma una strana medicina perché mette fine alla vita. Ed è la persona che deve berlo. Ci vogliono 15 g di Pentobarbital di sodio.

Oggi in Svizzera, quali sono le regole?

Le regole sono state fissate dalle associazioni. La prima delle condizioni era, e queste erano le regole poi riprese nel 2004 nelle direttive dell’Accademia, svizzera delle scienze mediche, che bisogna essere in fin di vita in preda ad insopportabili sofferenze. Nel 2014 la nostra associazione ha modificato le cose, e ha deciso, ha votato, ha detto che non era una necessità essere in fin di vita. Possiamo immaginare che una persona molto anziana, con multiple patologie, perde la vista, perde l’equilibrio, perde il controllo dei suoi sfinteri, eccetera, noi possiamo aiutare anche questa persona. Quindi, questo è il quadro fissato dall’Accademia svizzera, delle scienze mediche. È una commissione di etica e corrisponde esattamente ai criteri che noi abbiamo fissato, perché non aiuteremo mai una persona in buona salute, 

Proprio per avere un’idea dei numeri, più o meno quante persone accompagnate?

L’anno scorso abbiamo aiutato in Svizzera francese 369 persone a morire. Ogni anno pubblichiamo le statistiche. Questo rappresenta tra l’1 e l’1,5% di tutti i decessi in Svizzera, perché oltre alla Svizzera francese c’è anche la Svizzera tedesca. 

Quando si parla di suicidio assistito, di eutanasia, esistono anche molte polemiche, in molti paesi è ancora molto difficile, quasi impossibile far votare delle leggi che lo permettono. In questi casi si sta parlando di persone che sono già in uno stato di sofferenza immensa, e non è permesso. Invece è permesso per persone che scoprono di avere malattie gravi, come il tumore, di scegliere di dire che non vogliono fare la chemioterapia, di non fare la radioterapia, e quando arriverà il momento, scelgono di fare le cure palliative. In questo caso, una persona può scegliere di neanche arrivare al momento della sofferenza. Che cosa ne pensa?

Da noi la chiamano l’eutanasia passiva. È un diritto davvero fondamentale, descritto in legame all’articolo 8 della dichiarazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una persona deve in ogni caso dare il suo accordo quando è in pericolo la sua integrità fisica. È quello che si chiama il consenso libero e firmato di un paziente. Un medico non può eseguire una procedura medica sulla persona senza avere il tuo accordo. Se gli dici di no, a quel punto si deve fermare. Il problema è che, in effetti, esiste il diritto, ma possono ancora esserci delle importanti reticenze e resistenze da parte di medici di alcuni Paesi, di accettare questo pensando che la vita è sacra e poi dobbiamo fare tutto quello che in nostro potere per aiutare qualcuno.

Chi sono le persone che vengono da voi e quando vengono?

Allora, prendo il mio esempio personale: io sono membro di Exit dal 1999. Fanno quindi quasi 22 anni. Ci sono diversi motivi per aderire. Io, per esempio, ho aderito perché, progettandomi nel futuro, dicendomi che il giorno in cui sarò eventualmente malato, e che vorrei morire, potrei farlo nel modo che ho scelto, nel momento in cui ho scelto, è per questo che aderisco a questa associazione. I giovani aderiscono molto meno. Ma se un giovane decide di aderire, è probabilmente per ragioni ideologiche, cioè per lui è una concezione di vita. Se aderisci, e che cominci a essere davvero anziano, aderisci perché senti che la malattia potrebbe un giorno darti dei problemi. La cosa più interessante è che, purtroppo, perché purtroppo penso che non si parli abbastanza della fine della vita, non si parla abbastanza della morte nelle nostre società per risolvere i problemi di salute, abbiamo circa un terzo delle persone che aiutiamo, che si associano all’ultimo momento. Ciò vuol dire che quelle persone sono malate, sanno che non sfuggiranno a una fine che potrebbe essere difficile, e allora vengono a chiederci aiuto. 

Le racconto una cosa che mi è successa e lei mi dirà che cosa ne pensa. Mi stavo preparando per quest’intervista, ero su internet per cercare degli articoli, dei video e sono capitata su un reportage dove c’era una signora di una certa età che spiegava perché si era iscritta a Exit, i suoi motivi, eccetera. Mia figlia di 12 anni, che passava di lì, si è fermata un attimo a guardare (mia figlia non parla francese). A un certo punto mi ha detto: “Mamma, chi è quella signora così sorridente, che ha un’aria così felice”? Io mi sono resa conto, dato che io capivo quello che questa donna diceva, non avevo fatto attenzione a questo, non me ne ero neanche resa conto. Allora per vedere la reazione le ho spiegato: “Ascolta, questa signora sta raccontando, che ha spiegato ai suoi nipotini che si è iscritta a Exit”. Mia figlia è rimasta scioccata. Non tanto scioccata per il fatto in sé ma per il fatto che si possa parlare di questo tipo di argomento con un tale sorriso e una tale serenità.

Senta, è esattamente… le persone che aderiscono a Exit hanno riflettuto sulla loro fine, sulla morte, e poi su quello che si immaginano. Con qualche serenità queste persone accettano di morire. Dobbiamo tutti morire, questa è l’unica vera uguaglianza tra uomo e donna su questo pianeta: tutti moriremo un giorno. Le persone che parlano di questo argomento con i loro figli, i loro nipoti, questo fa in modo che quando saranno accompagnati, avranno i figli vicino, e i nipoti che diranno le poesie o suoneranno musica per gli ultimi istanti. Non è qualcosa che può essere considerata come un atto violento. È la differenza rispetto alla domanda che mi ha posto prima, che cosa si fa, c’è un altro modo per suicidarsi? Il modo più semplice è usare un barbiturico che permette alla persona di addormentarsi, sbadiglia e se va in pace. È così che succede…

Succede a volte che i membri della famiglia non siano d’accordo? 

Può succedere. Può succedere ma è sempre meno frequente. Allora, in questo caso, se davvero sentiamo che la situazione sarà talmente problematica che il giorno stesso dell’accompagnamento potrebbe essere troppo violento, allora non interveniamo. Ma quando abbiamo delle situazioni, il più delle volte e da qualche anno ormai, facciamo in modo che non solo vengano rispettate la libertà individuale della persona che richiede l’aiuto, ma anche di fare in modo di avere un clima di accettazione di tutte le persone. Può succedere, che una persona in una famiglia, un figlio su due o tre, si opponga. Ma alla fine dobbiamo considerare che la scelta finale è comunque l’interessato stesso a farla. E poi può anche urtarsi con i suoi famigliari. Ma quello che dico spesso quando faccio delle presentazioni, considero che il più bell’atto d’amore è proprio rispettare la volontà della persona che chiede di essere aiutata. Perché bisogna sempre tenere in considerazione che la persona accompagnata non lo fa, stavo per dire per piacere, lo fa per necessità, perché è posta di fronte alla sofferenza, o a una situazione simile. 

Mi sembra di aver capito, con tutto quello che ci ha raccontato, che non è solo una questione legale ma la società accetta il concetto di suicidio assistito? 

In Svizzera, i dati dimostrano che c’è un sostegno così diffuso che non si può più immaginare di ritornare indietro. E, per esempio, in Québec, era uno Stato talmente cattolico, in cui le donne facevano così tanti figli e in così pochi anni, c’è stata una rivoluzione nei costumi per cui sono il popolo, i medici del Québec che hanno fatto una legge sul fine vita. E, quello che è interessante, lei sa forse che in Québec c’è una legge sul fine vita, che va dall’inizio alla fine. Cioè, la nascita, la vita, le cure palliative, l’eutanasia e tutto questo è considerato come una cura. 

Ci sono molte persone che arrivano dall’estero da voi in Svizzera proprio per avere questo tipo di accompagnamento, per il suicidio assistito. Cosa ne pensa?

Alcune persone lo hanno chiamato il “turismo della morte”. Allora, quello che penso di questa espressione è che sia un’espressione davvero scandalosa. Perché se fai del turismo, prendi un biglietto per l’andata e uno per il ritorno, ed è tutto. Eticamente, moralmente, non ci sono ragioni per non aiutare le persone straniere che vengono in Svizzera per essere aiutate. Noi, se non lo facciamo è perché, come le ho detto prima, siamo una piccola struttura di volontari. Ma Dignitas li aiuterà, chiederà a uno straniero di pagare tra 8 e 10 mila franchi, circa 10 mila euro, per essere aiutati. Ma quello che si deve sapere è che non è la Svizzera che dovrebbe essere condannata per questo, ma sono i paesi da dove devono partire queste persone per venire in Svizzera per essere aiutate.

Vorrei concludere chiedendole, mi che lei è il copresidente di Exit Svizzera francese e lo fa in quanto volontario. Perché?

Se parliamo di fine vita, ritengo che se un giorno penso di poter chiedere un aiuto, credo sia giusto che oggi, preventivamente, abbia una reciprocità in questo scambio.

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